Programma campeggio notav Venaus 8/12 luglio
Ecco un primo programma dei prossimi giorni del campeggio notav di Venaus
Ore 21,00 presidio di Venaus, serata a cura del comitato antirazzista di Saluzzo con dibattito e proiezione del film “invisibili”.
Martedì 9 luglio
Ore 21,00 presidio di Venaus, dibattito con il Igancio del Valle, rappresentante del FPDT (Frente de Pueblos Unidos por la Defensa de las Tierras),che in Messico ha avuto parte attiva nell’insurrezione popolare di Atenco contro la costruzione di un aereoporto sulle terre dei contadini.
Mercoledì 10 luglio
Ore 21,00 ritrovo a Chiomonte per una passeggiata verso il cantiere
Ore 22,00 presidio di Venaus, serata musicale a cura di radio blackout
Giovedì 11 luglio
Ore 19,30 presidio di Venaus, “cinepizza”. Ore 21,30 proiezione del film “Aquì estamos”.
Venerdì 12 luglio
Ore 18,00 presidio di Venaus, dibattito dal titolo “Gramsci e le rose” . A cura di Luca Mancini
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Invisibili di Andrea Fenoglio (2013, Trengari autoproduzioni)
Racconto dei braccianti africani a Saluzzo (Cn), tra lotta e speranze.
Interventi del comitato antirazzista e dell’assemblea migranti di Saluzzo. Sarà presente il regista.
Il comitato antirazzista saluzzese, aggregazione spontanea e aperta dal 2010 è schierato a fianco dei braccianti africani che stagionalmente arrivano a Saluzzo per la raccolta della frutta, complici e solidali per rivendicare il diritto all’accoglienza e a condizioni di lavoro dignitose. Nel 2012 il comitato ha pubblicato l’opuscolo Di qua son libero con le testimonianze dei migranti; quest’anno ha prodotto un film che racconta la giornata di un bracciante e le condizioni di vita di questi “neonomadi” espulsi dal sistema produttivo industriale a causa della crisi economica e costretti da continui spostamenti da nord a sud dell’Italia alla ricerca di poche giornate di lavoro in campagna. La provincia di Cuneo e il saluzzese in particolare rappresentano un polo agricolo di rilevanza nazionale ed europea per la produzione di pesche, mele e kiwi.
A seguire In nome del popolo italiano (di G. Del Grande e S. Liberti, Italia, 2012, zalab)
un viaggio nel Cie di Roma per ribadire che nessun essere umano è illegale. Nemmeno quando lo dice una legge.
spazio sociale libertario visrabbia
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GRAMSCI E LE ROSE
Introduzione
Perché fare un intervento su Antonio Gramsci 76 anni dopo la sua morte?
Non intendo fare una commemorazione, mi è venuto in mente di parlare del piccolo grande uomo dell’altopiano del Barigàdu, in Sardegna, in quanto, specie nei Quaderni dal carcere, in quel suo dialogare con se stesso, scrive di cose sempre attuali, non solo del passato, del suo presente, ma io credo anche del nostro futuro. Chi mi conosce sa che parlo spesso di “rivoluzione”, e nel Gramsci dei quaderni e delle lettere dal carcere ho trovato molti stimoli sul rispondere alla domanda leninista del “che fare?”, in modi spesso sorprendenti.
Gramsci scrive in una lettera a Tania del 1929: “Il tempo mi appare una cosa corpulenta, da quando lo spazio non esiste più per me… sento il ritmo del tempo come carne della mia carne”; bene, io lo vedo come un tempo fuori dal tempo, come una visione ricca di possibili svolte future. Mi chiedo quale consapevolezza avesse Gramsci dell’importanza di quel che stava avvenendo sotto il pennino carcerario. Rispondere non è facile, stante l’arditezza e insieme la modestia degli intenti che traspaiono dalle sue pagine, ma ci proverò: egli stava ripetendo Marx e Lenin che definisce come “il raggio luminoso” attraverso un “prisma diverso”; ma mentre costruiva questo suo prisma, collaborava alla produzione di una nuova fonte luminosa che doveva rendere visibile e soprattutto vivibile collettivamente la “democrazia” del raggio e dei prismi.
Vivibile appartiene al campo della possibilità, non necessariamente del reale: una possibilità ancora attuale grazie alla particolare vitalità del suo pensiero.
Singolarmente la provvisorietà della forma sollecita il contenuto ad avanzare una richiesta di futuro, collabora a creare un nuovo organismo in grado di vivere e riprodursi in situazioni disparate.
E’ come se nelle cadenze mai stilizzate e regolari della sua scrittura, ricche piuttosto di asimmetrie e conflittualità, Gramsci contemporaneo e cosmopolita (non solo nazionale-popolare), appassionato di folclore, attento alle forti novità provenienti dal “Terzo Mondo” avesse tentato una grandiosa metafora poetico-musicale di un modo di pensare originalmente “critico” e insieme di una vita comunisticamente “regolata”, cioè orientata a un egualitarismo “analogico” e non livellatore, promotore di autonomie, non burocratico e totalitario.
Ha potuto strappare all’idealismo il senso del divenire in base ad una percezione insieme antropologica e naturalistica del tempo (l’uomo è quel che può diventare).
Per spiegarvi meglio cosa intendo col mio titolo riporto 2 lettere, una di Tania e l’altra di Antonio dal carcere di Turi:
Primavera 1929, TANIA: “… allora Antonio mi chiese con insistenza una rosa rampicante, obiettai che non credevo opportuno che si facesse un pergolato in carcere, non dovendo volere goderlo.
E Antonio rispose che sapeva invece di dovere stabilire lentamente la sua esistenza a Turi, quindi poteva bene desiderare di avere un rosaio che avrebbe fatto salire lungo il muro, sino
alle celle…”
Luglio 1929, ANTONIO: “Sai, la rosa è completamente ravvivata. Dal 3 giugno al 15, di colpo ha cominciato a metter occhi e poi foglie, finché si è completamente rifatta verde: adesso ha dei rametti lunghi già 15 centimetri (…). Il ciclo delle stagioni, legato ai solstizi e agli equinozi, lo sento
come carne della mia carne: la rosa è viva e fiorirà certamente, perché il caldo prepara il gelo e sotto la neve palpitano già le prime violette ecc. ecc.; insomma il tempo mi appare come una cosa corpulenta da quando lo spazio non esiste più per me” (Lettera dal carcere n° 270).
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